Si cede alla maretudine delle foglie,
sotto l’assedio 
del silenzio di chi hai amato 
o anche solo guardato.

Questi sono i suicidi che non fanno notizia, disse lui, rivolto a un amico immaginario o a un boia invisibile e in attesa, continuando a dosare per bene il caffè nel filtro. 

Spesso, proseguì, si tratta di un rito. 

Non importa dove vai o quello che fai. Certi posti continui a portarteli ovunque. 

Così, nel mezzo del niente la rivedi o vieni a sapere qualcosa di lei, magari l’insegna di un negozio o il “permesso?” di una passante distratta. 

Avvitò con forza la caffettiera: certo qualcuno poi si sarebbe lamentato, al solito: quante volte ti ho detto che stringi troppo forte? 

Ma anche questo appartiene al rito. 

E allora ci si sforza e, se sei fortunato, accade l’imponderabile. Un nuovo amore, un nuovo mattino. 

Ma vedi, potrebbe non accadere. Non più così. 

E qui non arrivano neanche i poeti e persino dio non appare che un pretesto, l’ultimo, tra te e la fine di ogni sogno.

Questo è il più lento tra i morire: una grigia cavalcata in un oceano di persone, chiamare il tuo nome, amore, e nessuno che si volti.

– Cardiopoetica

Xenia

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.

Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.

Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.

Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

 
Eugenio Montale

Xenia